RIFLESSIONI : La parabola della modernità

 

Spesso si accusa la Chiesa cattolica di essere un’istituzione che, nonostante il suo glorioso passato, si sarebbe dimostrata incapace di stare al passo con la modernità, salvo poi definire questa “modernità”. Con il tema della modernità si coniuga anche facilmente quello dello Stato laico e della società secolarizzata. Ma che cos’è propriamente “modernità”? È una storia lunga, perché la categoria del “moderno” che attraversa tutti i campi della cultura – grosso modo dal XVI secolo fino all’oggi postmoderno – coincide con il costituirsi di un sapere che, a tutto campo, prende progressivamente le distanze da ogni tentativo di fondare i propri valori in senso metafisico e religioso. Come la scienza moderna prende le distanze da Aristotele e dalla Bibbia, così le nascenti scienze moderne di tipo sociale (economia, politica e diritto) si allontanano dalla Rivelazione biblica e dai fondamenti metafisici dell’etica generale.

Tutto ciò si radica progressivamente nella consapevolezza di un “io” che usurpa il posto della trascendenza divina e si offre per fungere da fondamento e giustificazione sufficiente a tutte le proprie realizzazioni mondane. L’ “io penso” (cogito) di Cartesio esce dai limiti della sua originaria valenza gnoseologica per assumere un indebito spessore ontologico nei sistemi filosofici idealistici che, nella loro proposta filosofica “al di sopra del rigo”, si ribaltano dapprima nella concezione materialista e positivista per poi finire nelle estreme derive del nichilismo e del relativismo contemporanei. La cosiddetta “morte di Dio” ha trascinato con sé anche la “morte dell’uomo” (Max Stirner), consegnandolo alla forza distruttrice dell’arbitrio individualistico fine a se stesso.

Nel naufragio di questa parabola la Chiesa cattolica, con i suoi sì e con i suoi no alla modernità, ha mantenuto fede alla propria missione nei confronti dell’uomo. Con il Concilio Vaticano II si è affermato il valore irrinunciabile della persona, considerata però realisticamente nei suoi limiti di creatura e in quella grandezza che costituisce il fondo della sua indelebile dignità, vale a dire la sua apertura costitutiva alla divina trascendenza. L’uomo è e resterà sempre viator e capax Dei, un viandante capace di Dio, aperto a Dio. In questa sua relazione costitutiva con Dio trovano pieno fondamento e possibilità di esercizio costruttivo la sua intelligenza limpida e la sua buona volontà responsabile

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