Il valore della persona, il peso della verità

 

Dal ‘Corriere della Sera’ del giorno 8/6/2011

Le intense celebrazioni relative al quarto centenario di canonizzazione di San Carlo Borromeo, grande compatrono della diocesi di Milano insieme a Sant’Ambrogio, ci hanno offerto quest’anno l’opportunità di confrontarci con la più o meno presunta attualità della sua figura e della sua forma di santità. Al di là di specifici confronti possibili su temi particolari, come quelli della sua spiritualità, intensamente legata alla contemplazione di Cristo crocifisso, o della sua enorme attività pastorale, che seppe coinvolgere in modo impressionante tutto il laicato nell’opera della riforma cattolica da lui promossa, oggi si impone a noi una considerazione più generale: da Carlo Borromeo ci separano circa cinque secoli di storia, nel corso dei quali si è per molti aspetti ribaltata la situazione culturale, sociale e politica di qui tempi.

All’indomani del Concilio di Trento, in epoca di ancien régime, era possibile registrare una certa convergenza spontanea tra mondo ecclesiale, società civile e società politica. Al di là delle insistenti controversie giurisdizionali tra potere politico e potere ecclesiastico – di cui furono protagonisti gli stessi Carlo e Federico Borromeo – , nella società del tempo vigeva un atteggiamento di condivisione e di reciproco aiuto tra i governati e gli arcivescovi in carica. Il bene più grande, da tutti condiviso, era l’ideale di una società bene organizzata in cui fosse garantita agli abitanti della città una pacifica convivenza nel rispetto delle leggi vigenti. Il nemico della società civile era al tempo stesso nemico da correggere e combattere, con i propri mezzi, anche all’interno della convivenza ecclesiale, e viceversa: l’eretico e il dissidente, che mettevano in forse la comune dottrina della Chiesa, erano immediatamente percepiti anche come nemici della società civile, in quanto creavano subbuglio, compromettevano l’unità del comune sentire religioso, allentavano i vincoli sociali e destabilizzavano la pacifica convivenza sociale. In questa logica si deve leggere anche la consegna di eretici e sediziosi da parte della Chiesa al braccio secolare perché al limite se ne eseguisse la pena capitale. Nel corso dei secoli XVI e XVII il valore della verità e dei sistemi di verità era così forte da fare passare in seconda posizione il valore della persona e delle sue scelte, al punto che in nome della verità era possibile anche essere sacrificati.

Per diversi secoli il corpo della dottrina rivelata e quello delle verità guadagnate dalla riflessione filosofica e da un sapere scientifico progressivamente sempre più emancipato dalla metafisica e dalla teologia, si tennero ancora saldamente per mano. Questo accadde in nome di una convivenza civile che doveva in ogni caso essere difesa e garantita, e in forza di una fiducia – dai più condivisa – nel corretto esercizio di quella razionalità umana che in qualche modo, sempre a giudizio dei più, sarebbe ancora stato possibile ricondurre a un ultimo fondamento divino, in senso teistico o deistico.

All’indomani del Concilio Vaticano II, lasciando alle spalle tanti secoli di cosiddette “guerre di religione”, abbiamo guadagnato la certezza assoluta del valore della persona, che deve essere sempre rispettata come tale, anche al di là della condivisibilità o meno delle sue idee, della sua cultura e della sua religione. Ciò è appunto garantito dal corredo di quei diritti umani inalienabili che circoscrivono e difendono la dignità della persona da qualsiasi attacco irrispettoso. Vale a dire: siamo diventati particolarmente sensibili al valore della persona che deve essere comunque accolta come tale, riconosciuta e soccorsa nei sui bisogni umani, materiali e spirituali. Da qui la necessità di affrontare con rinnovata sensibilità le complesse questioni legate al tema, oggi dominate, dell’immigrazione dei popoli e dell’inevitabile convivenza all’interno di singoli spazi nazionali o continentali di uomini appartenenti a culture e religioni diverse.

Se una volta si corse il rischio di sacrificare la persona alla verità, oggi corriamo il rischio inverso: in nome della dignità della persona potremmo essere facilmente propensi a sacrificare il valore della verità. Dicendo “verità”, intendo richiamare l’attenzione, per esempio, sul fatto che ogni credente aderisce alla sua religione come a una verità irrinunciabile, anzi a la verità. Ora tale pretesa di verità pone la questione di una verifica o di una certificazione che, per essere impostata e chiarita sia pure in termini minimi, innesca necessariamente la necessità di molte ricerche e riflessioni che mettano in gioco una comparazione tra le fedi diverse a partire, per esempio, da dati storici, contenuti gnoseologici, visioni metafisiche e valori morali che riguardano, poniamo, i diversi libri sacri delle religioni e i loro insegnamenti effettivi. Voglio dire: accogliere una persona di cultura e credenza diversa – atteggiamento richiesto dal comandamento nuovo di Cristo – non significa per ciò stesso accogliere e fare mio, in modo indiscriminato e acritico, anche un patrimonio di credenze che è diverso dal mio. A meno di ritenere talmente “relativa” la mia appartenenza di fede, da poter fare indistintamente mia anche la fede di altre persone che credono qualcosa di profondamente diverso e, per molti aspetti, di assolutamente irriducibile alla verità di fede alla quale io aderisco. L’accoglienza delle persone potrebbe indurci a relativizzare e quindi a sacrificare la nostra appartenenza di fede.

Evidentemente il valore della persona non deve essere sacrificato al valore della verità, così come il valore della verità non deve essere sacrificato a quello della persona. Un conto è il dialogo tra le persone, che si esercita anche concretamente nel cerchio di valori umani condivisi e non negoziabili, un altro è il confronto tra sistemi religiosi diversi. Come fare per non sacrificare un valore all’altro? Occorre, come minimo, crescere nella conoscenza e radicarsi meglio nella propria identità di cultura e di fede per trovare uno spazio di apertura autentica che ci consenta di conoscere, nella loro differenza, altre cultura e altre religioni. Devono perciò essere salutati con grande incoraggiamento tutti quei tentativi di apertura alle tradizioni diverse, che nascono da un forte radicamento nella propria tradizione culturale. In tale orizzonte di problemi si esercita l’Accademia Ambrosiana, costituita nel 2008 dal cardinale arcivescovo Dionigi Tettamanzi presso la Biblioteca Ambrosiana. Le classi di ricerca dell’Accademia spaziano dall’Occidente all’Oriente e prevedono ogni anno giornate di studio e di confronto fra culture molto diverse tra loro. Accanto agli studi che più tradizionalmente si radicano nel milanese (attorno alle figure di sant’Ambrogio e di Carlo e Federico Borromeo) si aprono spazi considerevole per le ricerche sul Vicino Oriente (negli ambiti documentari di arabistica, giudaistica, di cose armene e dell’antica Siria), ma anche per studi e ricerche sulle culture dell’Estremo Oriente (India, Cina, Giappone, Tibet, Corea e Vietnam) e sull’Oriente cristiano (Grecia e paesi dell’Est europeo). Nella stessa logica deve considerarsi la recente nascita a Roma dell’«Accademia di Studi Luterani in Italia», la quale si occuperà di fare conoscere il pensiero di Lutero e di divulgare quelle nozioni ecumeniche che presuppongono molto lavoro storico e teologico serio, al di là di facili atteggiamenti apologetici e di pesanti polemiche reciproche.

 

Mons. Franco Buzzi

Prefetto della Biblioteca Ambrosiana

Carissimi Soci ed Amici

nei giorni scorsi stavamo preparando la consueta comunicazione sui programmi e le attività della nostra Sezione per i mesi di marzo ed aprile, quando l' aggravarsi  della pandemia provocata dal Covid-19 ci ha costretto a rimandare a data destinarsi ogni iniziativa ed attività incluso il Consiglio Direttivo.
Nel rispetto quindi del recente Decreto Ministeriale, vi comunichiamo che ci attiveremo a rielaborare tutti i nostri programmi quando la situazione, speriamo,  si sarà normalizzata e, comunque, per date successive ai primi giorni del prossimo mese di aprile.

Con i nostri migliori auguri di affrontare questo difficile periodo con tanta determinazione, ma anche con tanta serenità, inviamo a tutti i più cordaili saluti

Luciano Martucci e Luigi Bettonica. 

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