una breve riflessione sul Vangelo della settimana

Spunti dai brani della liturgia domenicale - Don Walter Magnoni, direttore della pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Milano e Gianfranco Fabi, giornalista economico, propongono ogni settimana una breve riflessione per il sito Ucid Milano sulla base di un pensiero tratto dalla liturgia di rito ambrosiano della successiva domenica.

domenica 12 aprile 2020 - Pasqua di Resurrezione

EPISTOLA Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi 15, 3-10a

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana.


VANGELO Lettura del Vangelo secondo Giovanni 20, 11-18

In quel tempo. Maria di Màgdala stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

“Non mi trattenere”: solo le parole del Maestro alla donna che era venuta a cercare un morto e si trova di fronte il Risorto. “Non mi trattenere”: dice quello che rappresenta ormai Gesù, ovvero il Signore di tutti che salva l’umo dal male. “Non mi trattenere”: rappresenta solo l’incipit di un mandato ad andare dai fratelli ad annunciare che Gesù è salito al Padre.

Amo molto queste parole e vi scorgo una parola liberante per tutti noi. Penso a chi piange come Maria. Quante lacrime sono versate ogni giorno di fronte alle tante morti e all’impossibilità di celebrare un funerale. “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto” sono parole che assumono grande attualità se pensiamo a quelle bare viste su furgoni militari o ancora depositate in chiese perché troppi sono i morti rispetto alla capacità di tumulazione dei cimiteri. Così i parenti piangono cari che hanno visto portare in ospedale e adesso oltre a sapere che sono deceduti non sanno molto di più.

La Pasqua è parola di speranza e arriva nel momento di maggior prova: tanti morti, tanti giorni chiusi in casa, tanta fatica e paura per il futuro.

Il Signore risorto sia balsamo alle nostre lacrime e Parola di vita che vince la morte.

(don Walter Magnoni)

.-.-.-.

Oggi più che mai abbiamo bisogno della Resurrezione. Abbiamo bisogno di un linguaggio pasquale, di uno sguardo pasquale, della resurrezione di Cristo. Come una realtà vissuta e dunque possibile, verificabile a partire da una testimonianza, da una vita, dalla realtà concreta di tutti i giorni. L’essere umano ha bisogno di verificare nell’altro la verità della resurrezione di Cristo. Ha bisogno di scoprire e di sentire la speranza come qualcosa di possibile, perché qualcosa di vissuto.

Oggi più che mai la resurrezione è un segno concreto, mentre siamo costretti ad affidare agli strumenti digitali le nostre relazioni e a guardare con nostalgia a quando lo stare insieme era un fare ed essere comunità. Nel segno della resurrezione è allora da rifondare la speranza che l’altro non sia più un nemico, non sia più qualcuno da tenere a distanza. L’emergenza ci pone di fronte a un bivio: credere che la resurrezione possa con la nostra testimonianza diventare patrimonio di ogni persona oppure abbandonarci a quella sfiducia e a quel rancore di cui c’erano e ci sono già molti, troppi segni in questa società.

(Gianfranco Fabi)