E l’imperatore scoprì la libertà religiosa

 

Quest’anno cade il XVII centenario del cosiddetto editto di Milano, di Costantino e Licinio, che pose fine alle persecuzioni contro i cristiani e concesse la libertà di culto a tutti, quale che fosse la religione professata.

Ma chi è Flavio Valerio Aurelio Costantino ?

Nato a Naissus, l’attuale Niš nell’odierna Serbia, nel 274 circa, nel 306, alla morte del padre Costanzo Cloro che lo aveva avuto dalla concubina Elena viene proclamato Augusto dalle truppe di stanza in Britannia.
Nel 312 sconfigge Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio ai Saxa Rubra. È durante questa campagna che sarebbe avvenuta la celebre e leggendaria apparizione della croce sovrastata dalla scritta: In hoc signo vinces, che avrebbe avvicinato Costantino al Cristianesimo.
L’anno seguente, nel 313, Costantino si incontra con Licinio Augusto a Milano in occasione del matrimonio del co-imperatore con Costanza, sorella di Costantino. Hanno così l’opportunità di concordare una comune politica religiosa. Poi Licinio torna in Oriente, sconfigge Massimino Daia (forse il peggiore dei persecutori perché falsificava i testi cristiani), entra in Nicomedia vincitore ed emana un rescritto – copia dell’Editto di Milano – con cui a nome di entrambi gli augusti rimasti, veniva riconosciuta la libertà di culto per tutte le religioni ponendo fine ufficialmente in tutto l’impero alle persecuzioni contro i cristiani, l’ultima delle quali, iniziata da Diocleziano nel 303, si era conclusa nel 311 su ordine dell’imperatore Galerio quando era già in punto di morte. I due Augusti avevano anche concordato una serie di provvedimenti che imponevano la restituzione immediata dei beni delle comunità cristiane espropriati durante la grande persecuzione.
Successivamente, da alleati, Costantino e Licinio divennero nemici e, finalmente Costantino, dopo averlo sconfitto ad Adrianopoli e fatto uccidere l’anno dopo, dal 324 rimase unico sovrano di tutto l’impero fino alla morte avvenuta nel 337, ponendo così fine alla tetrarchia voluta da Diocleziano.
C’è un annus horribilis nella vita di Costantino, il 326, quando fa uccidere il figlio primogenito Crispo, avuto da Minervina, per una sua presunta relazione con Fausta sua nuova moglie. Fa morire anche Liciniano, figlio della sorella Costanza e di Licinio. Dopo di che viene affogata nel bagno anche Fausta. Alcuni sostengono che Crispo sia stato eliminato in seguito all’accusa di Fausta di averla insidiata, per cui anche l’imperatrice venne giustiziata quando Costantino si rese conto dell’innocenza del figlio. Probabilmente Fausta aveva voluto assicurarsi l’eliminazione dei rivali dei propri figli come successori di Costantino.
Costantino era veramente cristiano? Formalmente rimase per quasi tutta la vita un catecumeno, infatti il Battesimo lo ricevette solo qualche giorno prima della morte. Era infatti abitudine diffusa rimandare il battesimo agli ultimi giorni di vita per non dover sottostare alle severe implicazioni morali che il sacramento avrebbe comportato. Il battesimo poi avrebbe cancellato tutto il male precedentemente commesso. Tuttavia, il battesimo lo ricevette da Eusebio di Nicomedia che era ariano (gli ariani negano la divinità di Cristo), quindi a rigor di termini, Costantino morì eretico.
Inoltre egli non aveva mai deposto il titolo di Pontefice Massimo che era stato assunto prima di lui dallo stesso Ottaviano Augusto , mantenendo per buona parte della vita un atteggiamento ambiguo, potremmo dire bipartizan, rispetto al paganenesimo (si tratta della cosiddetta dissimulatio). Nella nuova capitale che si fece costruire sulle rive del Bosforo a partire dal 426, per esempio, accanto a splendide chiese, tra le quali la Basilica di Santa Sofia e quella degli Apostoli, fece edificare anche grandiosi templi perché in essi venisse celebrato il culto pagano.
Singolari, poi, furono le disposizioni che egli lasciò per la sua sepoltura nella Basilica degli Apostoli destinata a divenire il mausoleo della famiglia imperiale. In quella che custodiva le più importanti reliquie degli apostoli, volle che le loro lapidi commemorative, o i loro cenotafi, fossero disposte circolarmente e che al centro vi fosse la sua tomba. Lui che in vita si era definito epìscopos ton ektòs, (vescovo di quelli di fuori), e fu ben presto acclamato “tredicesimo apostolo”, sembra quasi abbia voluto assumere la rappresentanza postuma di Cristo nella comunità apostolica. Ma questa è un’interpretazione maliziosa, è più probabile, naturalmente, che da morto abbia voluto anche visivamente affidarsi alla preghiera di intercessione degli apostoli.

Quanto ai legami di Costantino col paganesimo, va considerato che dal III secolo la religione pagana si era fortemente trasformata: si era andato diffondendo un sincretismo venato di monoteismo e si tendeva a vedere nelle immagini degli dei tradizionali l’espressione di un unico essere divino.
Questa tensione al sincretismo aveva trovato risposta con l’istituzione del culto ufficiale del Sol Invictus (il Sole Vincitore) da parte dell’imperatore Aureliano nel 275, culto cui non mancava un riferimento al dio Mitra e ad altri culti solari di origine orientale. L’imperatore era così concepito come il rappresentante in terra della divinità solare e il diadema che portava sulla testa ne era il simbolo. Questo culto si era diffuso nell’esercito, soprattutto in Occidente, e ad esso non furono estranei né Costanzo Cloro, il padre di Costantino, né Costantino stesso.

Probabilmente il progetto politico di Costantino di consentire l’esercizio della fede cristiana, nacque dalla presa d’atto del fallimento della persecuzione contro i cristiani scatenata da Diocleziano il quale si concepiva come un essere divino capace di un rapporto esclusivo con la divinità.
Non si può dimenticare, infatti, che nella concezione politica e religiosa dei Romani il rapporto fra lo stato e gli dei era strettissimo: lo Stato non poteva reggersi senza la benevolenza degli dei e su di essa si fondava il suo ordine. I Romani, quindi, erano preoccupati di conciliarsi il favore degli dei e di mantenerlo. È questa la famosa pax deorum. Per questa ragione il rifiuto dei cristiani di sacrificare agli dei e di prestare culto all’imperatore rappresentava agli occhi di Diocleziano un crimine di sacrilegio e di lesa maestà che, mettendo in discussione la sacralità del potere politico, avrebbe messo in pericolo la sicurezza dello stato.

Ma ritorniamo a Costantino. L’insuccesso clamoroso della persecuzione voluta da Diocleziano aveva evidentemente persuaso Costantino che l’Impero aveva bisogno di una nuova base morale che la religione tradizionale era incapace di offrirgli. Era necessario trasformare la forza potenzialmente antagonista delle comunità cristiane, caratterizzate da grande entusiasmo oltre che dotate di grandi capacità organizzative perché gerarchicamente strutturate, in una forza di coesione per l’Impero. Se nella concezione romana la religione era innanzitutto un patto di alleanza fra Roma e gli dei al fine di garantire la grandezza e la salvezza di Roma e del suo impero, Costantino sostituì agli dei pagani il dio dei cristiani. A lui aveva affidato le sorti della battaglia di Ponte Milvio e, successivamente, la salvezza dello Stato romano (dirà: «Il favore divino da noi sperimentato in circostanze così importanti continuerà a propiziare in ogni occasione i nostri successi, per la prosperità di tutti»).
Questo è il senso profondo della svolta costantiniana che chiuse la fase, per così dire movimentista ed elitaria del Cristianesimo ed aprì quella del Cristianesimo di massa, com’è nella sua natura dal momento che la salvezza è offerta da Dio a tutti.
Dal 313 in poi, per di più, i cristiani ebbero modo di entrare progressivamente nei punti nevralgici dell’amministrazione dello stato e della società romana. Dopo l’esercito, la Chiesa, grazie a Costantino, stava diventando il secondo pilastro dell’Impero.
A queste considerazioni di carattere politico si aggiunse una reale e progressiva conversione personale, seppur dai tratti singolari, cui, secondo sant’Ambrogio (339-374-397), contribuì in modo determinante la madre di Costantino, l’imperatrice Elena (la stabularia, come la chiama Sant’Ambrogio nel discorso funebre in onore di Teodosio I). D’altra parte, il fatto che Costantino fosse un uomo di potere non deve indurci a valutare la sua religiosità personale secondo la mentalità odierna che tende a negare ogni motivazione spirituale all’agire politico e a privilegiarne una lettura materialistica che ne riduce la spiegazione solo al denaro e al potere. L’innegabile grandezza dell’opera dell’imperatore Costantino e la memoria mai venuta meno della sua figura non sarebbero spiegabili senza riconoscere una tensione ideale al suo operare e un suo autentico sentire religioso, per quanto a noi ne sfuggano i precisi contorni.

In che cosa consiste la novità dell’Editto di Milano rispetto a precedenti provvedimenti di tolleranza?
Il testo del rescritto tramandatoci da Lattanzio e da Eusebio di Ceasarea recita:
«Cum feliciter tam ego Constantinus Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum convenissemus atque universa quae ad commoda et securitatem publicam pertinerent, in tractatu haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus hominibus profutura, vel in primis ordinanda esse credidimus, quibus divinitatis reverentia continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid est divinitatis in sede caelesti, nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere»
«Noi Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità».
La novità sta nel fatto che non si tratta più di semplice tolleranza giuridica per i cristiani e per il loro culto, già concessa malvolentieri due anni prima da Galerio con l’editto di Serdica , ma di vera e propria libertà religiosa. Dice la grande studiosa dell’antichità Marta Sordi: «Totalmente ed esclusivamente di Costantino è il concetto di libertà religiosa secondo cui il diritto della divinitas di essere adorata come vuole, fonda nei singoli la potestà di seguire la religione che ciascuno avesse voluto».
Con linguaggio odierno potremmo dire che si inizia a riconoscere che non tocca allo stato decidere qual è il dio giusto e che lo stato stesso non è la fonte assoluta del potere e del diritto che da esso promana, né che sia portatore di una pretesa etica esclusiva. In tal senso, diremmo noi, si prospetta una laicità non intesa come ostilità o come semplice indifferenza rispetto al fenomeno religioso ma come capacità di valorizzarlo. La libertà religiosa concessa da Costantino, dunque, favorisce e alimenta l’aspirazione dell’uomo a conoscere la verità circa il fondamento ultimo dell’esistenza per poterla abbracciare, facendo della persona e del popolo i nuovi protagonisti della vita sociale e della storia. Non ci sono più solo lo stato, i sovrani, gli eserciti sulla scena del mondo ma anche i singoli e le loro comunità di appartenenza.
Per la libertà di coscienza, del resto, i cristiani avevano sofferto. Vediamo qualche esempio di quanto a essa avessero aspirato: l’apologista Giustino, verso il 150, rivolgendosi all’imperatore Antonino Pio e al figlio Marco Aurelio, cita, per la prima volta nella letteratura cristiana, la frase di Cristo sul tributo (Mt 22,20), riaffermando così sia la lealtà dei cristiani verso l’Impero sia la loro adorazione esclusiva nei confronti di Dio.
Secondo Tertulliano (155ca-230ca) la libertà in materia religiosa è sacra: «Noi veneriamo un unico Dio, che anche voi tutti, per natura, conoscete […]. Voi ritenete che siano dèi anche quelli che noi sappiamo essere demoni. Tuttavia è diritto umano e facoltà naturale per ciascuno venerare ciò che gli sembra più giusto; infatti a uno non nuoce né giova la religione di un altro. Non è però proprio della religione costringere ad abbracciare una religione: la religione dev’essere assunta spontaneamente, non per violenza, dal momento che persino i sacrifici vengono richiesti a un animo ben disposto. Quindi, anche se ci costringerete a fare sacrifici, non farete alcun favore ai vostri dèi, perché non desidereranno certo sacrifici compiuti contro volontà. Uno veneri pure Dio, un altro Giove; uno tenda pure le mani supplici verso il cielo, un altro verso l’ara della Fede […]. Badate, infatti, che non concorra a favorire l’irreligiosità anche il togliere la libertà di religione [libertatem religionis] e proibire la scelta della divinità, così che non mi sia permesso di venerare chi voglio, ma sia costretto a onorare chi non voglio. Nessun dio vorrà essere onorato da chi lo fa contro la propria volontà, nemmeno un uomo» (Apologeticum, XXIV, 5-6).
A sua volta, Lattanzio (250ca-327ca) sostiene che «la religione è la sola cosa in cui la libertà ha posto la sua sede: infatti è cosa volontaria per eccellenza, e a nessuno si può imporre la necessità di venerare quel che non vuole; uno forse potrà simulare, non volere. La religione va difesa infatti non uccidendo ma morendo, non con la crudeltà ma con la pazienza e la sofferenza, non col crimine ma con la fedeltà […]. Nulla infatti è tanto volontario quanto la religione» (Divinae institutiones, V, 19).

Tornando al cambiamento operato da Costantino, esso consiste in questo: senza alterare il concetto della pax deorum, che anzi intendeva rafforzare, egli affidava la salvezza dello Stato romano a un nuovo dio, più forte e più grande delle vecchie e vuote divinità dell’antica Roma. L’idea di un summus deus identificato probabilmente col sole, dai molti nomi e in definitiva sconosciuto, rappresentava agli occhi dell’imperatore un punto di convergenza fra le diverse dottrine filosofiche e accontentava anche i cristiani per i quali Cristo era Sol Iustitiae .
Con i suoi provvedimenti Costantino intese garantire quindi una pacifica convivenza tra le diverse religioni all’interno dell’Impero per cui, quando all’interno della Chiesa sorsero dispute e contrasti di natura teologica, Costantino si sentì in dovere di dirimerli proprio per garantire l’unità e la pace in vista di cui tutto, a suo avviso, doveva essere sacrificato. Per questo indisse e presiedette il Concilio di Nicea nel 325 contro gli ariani che ai suoi occhi mettevano in pericolo la pace sociale, per poi appoggiarli quando sembrò che fossero i cattolici, in particolare il grande Atanasio patriarca di Alessandria, a insidiarne il mantenimento.

Con le stesse motivazioni, nel 380 con l’Editto Cunctos populos, l’imperatore Teodosio I (347-379-395), quello contro il quale aveva con veemenza preso posizione il nostro sant’Ambrogio per la strage di Tessalonica, proclamò la religione cattolica religione di stato; cessò allora la libertà di professare liberamente la propria fede qualunque essa fosse. Venne così meno la libertà religiosa e iniziò il regime di cristianià.
È per tali ragioni che il cardinal Angelo Scola, nel discorso di Sant’Ambrogio del 2012 con cui apriva la celebrazione dell’anniversario dell’Editto di Milano, ha sì messo in luce come grazie a tale editto «emergono per la prima volta nella storia le due dimensioni che oggi chiamiamo “libertà religiosa” e “laicità dello Stato”», ma ha anche osservato che «non si può tuttavia negare che l’Editto di Milano sia stato una sorta di “inizio mancato”. Gli avvenimenti che seguirono, infatti, aprirono una storia lunga e travagliata» che si concluderà, da parte cattolica, con la dichiarazione conciliare Dignitatis humanae. Precisa il cardinale Scola che «essa consiste nell’aver trasferito il tema della libertà religiosa dalla nozione di verità a quella dei diritti della persona umana. Se l’errore non ha diritti, una persona ha dei diritti anche quando sbaglia. Chiaramente non si tratta di un diritto al cospetto di Dio; è un diritto rispetto ad altre persone, alla comunità e allo Stato».
Alcuni sostengono che con quell’editto ebbe inizio un legame troppo stretto tra trono e altare che si risolse in un danno per la Chiesa cristiana da cui essa non sarebbe ancora riuscita ad affrancarsi, altri, con forse maggior profondità di giudizio, osservano che grazie a quell’editto ebbe fine la sacralizzazione ufficiale del potere imperiale ed inizio, anche se in modo imperfetto, una nuova consapevolezza, quella che anche la religione era chiamata a svolgere un ruolo pubblico nel costruire la civitas, con una funzione indipendente dallo stato, favorendo così, a lungo andare, il nascere della società civile .

Libertà religiosa e laicità dello stato sono problemi ormai risolti? Sappiamo di no.
Sono quattro i modelli di rapporto chiesa-stato presenti in Occidente: inglese, francese, italiano, americano.
È in atto però, in Europa, uno scivolamento verso il modello francese, in cui lo stato pretende di essere neutrale ma di fatto non lo è e impone alla società modelli culturali propri facendo diventare la laïcité quasi una religione ufficiale della Repubblica.
Per di più, si tende a considerare viziate da motivazioni fideistiche le posizioni culturali di origine religiosa, non degne quindi di partecipare al dibattito pubblico e, al contrario, chissà perché, immuni da qualsiasi fideismo secolare, laiche, le altre.
Invece, nella società democratica e plurale, chiunque deve avere la possibilità di raccontarsi e la disponibilità a lasciarsi raccontare, argomentando laicamente, con la ragione, le proprie posizioni ideali.

 

Maurizio Ormas*

*Docente di Magistero Sociale Presso la Pontificia Università Lateranense – Roma

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