Appunti e pensieri sul capitolo secondo dell’Enciclica “Caritas in Veritate”

Ho riletto e meditato il secondo capitolo dell’enciclica Caritas in Veritate, dedicato allo “Sviluppo umano nel nostro tempo”, che enumera e evoca i profondi cambiamenti sociali economici e politici intervenuti dagli ormai lontani anni di Papa Paolo VI, per intravedere le prospettive nuove – la nuova economia - che si aprono in questa fase della storia dell’umanità.

Occorre premettere – e l’intera enciclica ne dà testimonianza – come l’ambito del sociale, o della convivenza umana, estesa oggi all’intero pianeta, trascenda le competenze della scienza economica, che pure ne rappresenta un’importante componente, e chiami in causa collaborazioni interdisciplinari coordinate in una logica di sistema rivolta alla promozione dell’uomo.

I motivi forti del capitolo secondo danno, mi sembra, tono e sostanza anche ai capitoli successivi, che ne riprendono diagnosi ed esortazioni, approfondendone aspetti specifici.

Ricordo lo sviluppo del pensiero del Pontefice : Sviluppo umano nel nostro tempo; Fraternità, sviluppo economico e società civile ; Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente ; La collaborazione della famiglia umana ; Lo sviluppo dei popoli  e la tecnica.

Come si vede i motivi forti dell’enciclica si richiamano e ritornano, sotto angolature diverse, ma nel contesto unitario di un’unica “sinfonia”.

Nuova e insistita è, a margine, l’attenzione del Papa per l’ambiente che ci circonda, che ha fatto anche oggetto del messaggio di inizio 2010. Nel capitolo quarto, si afferma che l’ambiente naturale è stato donato da Dio e il suo uso rappresenta una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera. E’ inoltre di grande attualità, lo stretto legame che il Papa segnala tra salvaguardia ambientale e problematiche energetiche.

Tornando al capitolo secondo e al forte (e straordinario) cambiamento, molte delle considerazioni espresse sono, in un certo senso, sotto gli occhi di tutti. Cito dai paragrafi 22, 23, 25, 26 : sviluppo policentrico, disparità nella distribuzione della ricchezza (sia nei Paesi avanzati che nei PVS), esigenza di uno sviluppo che si spinga oltre il puro profilo materialistico (cioè dell’utilità economica e dello sviluppo tecnologico fine a se stessi), globalizzazzione e riduzione della tutela da parte delle reti (nazionali) di sucurezza sociale (aspetto sul quale tornerò in conclusione di questi appunti), interazione tra le culture e rischio di approcci relativistici ecc.

A me pare importante, al di la’ della complessa fenomenologia, approfondire quelli i fondamentali criteri di discernimento indicati. In essi si possono riscontrare molti degli orientamenti etici che caratterizzano pontificato e magistero di Benedetto XVI.

Tali criteri si desumono, a mio avviso, dai paragrafi 28 al 32 del capitolo secondo, mentre il 33 rappresenta una sintesi degli argomenti trattati in questo capitolo.

Primo criterio richiamato è il pieno rispetto e la promozione della vita umana, contro le leggi, le raccomandazioni e le pratiche, ai due estremi dell’esistenza, dell’aborto e dell’eutanasia.

Secondo criterio è la tutela della libertà religiosa, in una società – specie nei paesi avanzati – vieppiù secolarizzata e laicista.

Meritano particolare attenzione per l’apertura culturale, i paragrafi 30, 31 e 32.

Il Papa sottolinea anzitutto (paragrafo 30) come lo sviluppo umano integrale “richieda che ci si impegni per far interagire i diversi livelli del sapere umano”. Se d’altra parte un accresciuto impegno verso la promozione dell’uomo sulla terra puo’ iscriversi a giusto titolo nella categoria e virtù della carità, nondimeno “la carità non esclude il sapere,anzi lo richiede, lo promuove e lo anima dall’interno”. Si conferma qui la fiducia di Benedetto XVI nel ruolo centrale e nella capacità della ragione, animata appunto dalla carità, nel ricercare le migliori soluzioni ai complessi problemi dello sviluppo globale.

Vi è qui una importantissima visione sistemica, che supera le competenze specialistiche – spesso fonti di dispersione – per convergere sull’unico obiettivo che valga la pena perseguire nel cammino della vita : la promozione integrale della persona umana.

In questa visione ampia resta nodale (paragrafo 31) il rapporto tra valutazioni morali (e implicitamente la fede) e la ricerca scientifica, che tanti problemi ha creato nella millenaria storia della Chiesa. Per inciso, occorre distinguere tra ricerca scientifica, che tende a esplorare e comprendere la ricchezza della creazione, e sviluppo autoreferenziale e fine a se stesso della tecnologia (come sopra accennato), soprattutto nelle degenerazioni di talune applicazioni in campo biologico.

Infine (paragrafo 32), “le soluzioni nuove vanno ricercate nel rispetto delle leggi proprie di ogni realtà, ma alla luce di una visione integrale dell’uomo”. In altre parole è illusorio e arbitrario ricorrere a modelli e paradigmi validi in tutti i casi, ma la fraternità tra i popoli e la coesione sociale risiedrà  nella convergenza dei diversi contributi che potranno essere offerti in vista del bene comune per l’uomo e per ogni uomo. Cito (sempre dal paragrafo 32) : “L’eccessiva settorialità del sapere, le difficoltà del dialogo tra le scienze e la teologia, sono di danno non solo allo sviluppo del sapere, ma anche allo sviluppo dei popoli, perché , quando ciò si verifica, viene ostacolata la visione dell’intero bene dell’uomo nelle varie dimensioni che lo caratterizzano”.

Desidero infine soffermarmi, anche per l’Associazione che rappresento, sul paragrafo dedicato al lavoro, componente fondante di ogni attività economica, sia produttiva che di servizio.

Osseva il Papa come, nel contesto della globalizzazione e dell’aumentata competitività sui mercati possano determinarsi  pressioni verso una “riduzione delle reti di sicurezza sociale, in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi sul mercato globale”.

Peraltro l’accresciuta mobilità dei lavoratori, non solo all’interno dei singoli Paesi, ma a livello interregionale e internazionale, crea oltre alle opportunità anche rischi rilevanti di incertezza individuale e familiare circa le condizioni di lavoro in ambienti nuovi e talvolta “lontani” dagli schemi legislativi e comportamentali consueti. Senza contare le maggiori difficoltà di tutela degli interessi da parte delle organizzazioni sindacali.

A ciò si aggiungono oggi gli effetti sull’occupazione derivanti – soprattutto nei Paesi avanzati - della delocalizzazione delle attività produttive verso le aree geografiche a minor costo del lavoro, nonché, in questa complessa fase di adattamento, dalla crisi finanziaria ed economica internazionale.

Salvo errore, non si legge nell’enciclica la diffusa modifica nei Paesi avanzati della struttura della società per classi di età, che esplica profondi effetti sociali ed economici : una delle cause ne è l’abbassamento del tasso di natalità (paragrafo 28 : “l’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo”). La disoccupazione tanto dolorosa, che penalizza la formazione di nuove famiglie è all’incirca per oltre un terzo espressa dai giovani al di sotto dei 30 anni.

Penso tuttavia che la diagnosi della malattia possa condurre, in forza della collaborazione internazionale, a individuare i giusi rimedi, che dovranno coniugare equilibratamente flessibilità (formazione) e giustizia.

Milano, 2 febbraio 2010




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